I QUATTRO MOSCHETTIERI CHE FANNO RISORGERE IL BRANDY ITALIANO

Guido Fini Zarri, Mario Pojer, Bruno Pilzer e Vittorio Gianni Capovilla in campo per rilanciare il distillato che ha fatto la storia della tradizione italiana

Brandy il distillato che torna in auge

La “figura” del brandy fa parte della tradizione italiana da tanto tempo: a fine ‘800, a causa della crisi attraversata dal cognac, il distillato più consumato di quell’epoca, per via della fillossera della vite, ha conosciuto un periodo di splendore dando vita a marchi fortunatissimi. Dopo quel momento si è un po’ “spento”, andando incontro ad una crisi che è arrivata anche ai giorni nostri.

Oggi, il brandy italiano sembra stia attraversando un momento di rinascita grazie a quattro personaggi che, unendo le proprie forze e conoscenze, hanno dato nuovo splendore a questo distillato.

Tutto è iniziato a Milano, dove i quattro hanno presentato il loro “manifesto” per l’acquavite di vino di qualità: un “viaggio” allo spazio Design Elementi Neff per spiegare le motivazioni che hanno unito uomini diversi, ma con un obiettivo comune. Fra questi c’è Guido Fini Zarri, erede dell’industria Pilla che, dopo averla venduta, ha deciso di seguire il proprio sogno di “creare” il cognac italiano. Ad essere utilizzato è un alambicco “charentais”, in stile francese. Un modello simile è impiegato da Mario Pojer, enologo e viticoltore che verso la metà degli anni ’70, cominciò con Fiorentino Sandri un percorso fra vitigni di montagna e alambicchi portando alla nascita della celebre acquavite “Divino” Pojer & Sandri. Bruno Pilzer, il terzo personaggio, ha utilizzato gli alambicchi di famiglia per la distillazione di grappa e frutta: solo da poco ha iniziato a impiegarli per la produzione di brandy delicati tratti da vini bianchi locali, come il Lagarino. Ultimo ma non per importanza troviamo Vittorio Gianni Capovilla, che ha esordito con grappe, rhum agricoli ai Caraibi e frutta ricercatissima.

Cura maniacale per il vino e scelta di alambicchi non industriali che estraggano gli aromi delicatamente: sono questi i “valori” che accomunano i “quattro moschettieri” del brandy italiano. L’obiettivo è quello di rivolgersi al consumatore con una proposta valida, in cui non possono mancare elementi quali la tecnica, l’arte e l’anima.

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